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Le parole contano

  • Alessandro Prandini
  • 28/08/2013

Xavier tamburella con le dita sulla scrivania ormai da parecchi minuti.
L’ufficio è avvolto nelle fredde spire della semioscurità. Solo l’immagine di Bruce Willis, lo sguardo plasmato in un perenne cipiglio, sembra non essersi accorta del crepuscolo incombente.
Seduta in sala d’aspetto, una donna attende di essere ricevuta.
Xavier getta un’occhiata alla busta gialla posata sul piano in finto noce. Dovrà consegnarla alla cliente di lì a poco. Il telefono interno squilla.
Xavier, infastidito, risponde con tono aspro: «Che c’è?».
All’altro capo del filo, Lara, con la sua voce lieve, armonica, in assoluta dissonanza con il resto dell’ambiente. «Ti volevo ricordare che c’è la signora Vittori. Ha un appuntamento con te». «Falla aspettare», replica l’uomo, interrompendo la comunicazione.
Lara lavora nell’agenzia investigativa di Xavier come segretaria, dalle dodici alle quindici, dalle diciassette alle venti. Sei ore che le consentono di integrare la gracile somma che riceve con risibile continuità dall’ex-marito.
A Lara, Xavier chiede solo due cose: filtrare le telefonate, e sostituire una volta la settimana il poster di Bruce Willis nel suo ufficio: è compito suo poi, durante le pigre giornate trascorse in apnea dal resto del mondo, martoriare quel bersaglio con le sei fedeli freccette rosse. Il colore dell’odio.

Xavier, una decina di anni fa, assieme a due amici, ha aperto un’agenzia di investigazioni private, riversando nel progetto ogni suo sogno. Non che diventare detective fosse la sua inconfessata fantasia di ragazzino. Piuttosto la musica, la chitarra, con cui aveva dimostrato di sapersi destreggiare con un certo talento. Poi, però, aveva incontrato lui, Bruce Willis: “Moonlighting”. Di quella serie tv non si era perso una puntata, dissetandosi di ogni gesto del protagonista, di ogni sua espressione o cinica battuta. Quell’incontro aveva piegato i suoi desideri fino a far germinare in lui il seme del cavaliere romantico che, generoso, solo contro tutti, inviso fino a se stesso, riesce a far trionfare la giustizia.
Ora Xavier odia Bruce Willis.
Dall’energica veemenza iniziale, una sorta di ingenua follia tesa a una possibile redenzione dell’universo, Xavier era presto approdato sulle melmose rene dell’isola della disillusione. Da tempo aveva compreso come il mondo regge se stesso su scarne stampelle, sempre le stesse: sesso, denaro.
Ora Xavier odia i suoi clienti.
Uomini e donne che non hanno le palle per porre termine a un qualche frammento della loro vita, senza riuscire a evitare di pretenderne a ogni costo una rivalsa.
E la donna che lo attende di là dalla porta non fa eccezione.
Xavier solleva il ricevitore: «Falla entrare».
«Va bene», replica Lara. «Sono le otto passate. Io esco».
«C’è ancora qualcuno?».
«No, se ne sono andati tutti».
«Buon weekend».

La porta dell’ufficio si scosta. L’ultima cliente della giornata, e della settimana, penetra nella stanza, avanzando con passo incerto.
«Si accomodi», l’accoglie Xavier, indicando con un cenno l’unica sedia libera. «Signora, mi ascolti con attenzione...», inizia l’uomo, anticipando ogni possibile domanda di quegli occhi dal colore indefinito. «All’interno di questa busta, lei troverà alcune foto e la relazione sulla mia attività. Non ho bisogno di ricordarle che io non sono né psicologo, né prete. Quando mi viene chiesto di ritrarre un tratto della realtà che connota la vita di qualcuno, io cerco di farlo in modo neutro, scansando qualsiasi giudizio o interpretazione. Ho sufficiente esperienza, però, per sapere che chi mi chiede di indagare, in questo caso lei, è in cuor suo combattuto tra due diverse tensioni: voler conoscere la realtà delle cose perché spera che ciò che immagina corrisponda al vero, o viceversa, perché desidera che i propri timori siano solo il frutto esacerbato di una fantasia troppo vivace. Proprio qui sta il punto: la verità, qualsiasi essa sia, quando giunge al nostro cospetto, a volte, ci chiede di pagare un prezzo che poi potremmo considerare eccessivo».
Xavier fa una breve pausa, quasi sorpreso dalle sue stesse parole. Poi prosegue: «Quindi, ciò che le consiglio è di riflettere bene prima di aprire questa busta: lo faccia solo quando, e se, sarà convinta di volerne conoscere il contenuto. Va bene?».
La donna annuisce, facendo fluttuare le ciocche brune. Poi si alza e, senza dire nulla, esce dalla stanza col suo carico di dubbi.

Appena è di nuovo solo, Xavier si avvicina alla finestra. Dal decimo piano si può godere dello spettacolo offerto dalla città che si va imbellettando di luci.
Chissà dov’è Chiara, pensa l’uomo, inarcando le sopracciglia.
Chiara è uscita dalla sua vita da quasi sei mesi. Nella mente dell’uomo la misura di quel tempo, come fosse il fulcro di una snervante altalena, in taluni momenti si contrae in un breve istante, in altri si scioglie nell’oceano dell’infinito.
Guardando attraverso il vetro, si immagina che lei sia là fuori, da qualche parte, caracollante sotto il peso della sua stessa inettitudine a camminare sui tacchi.
Un giorno, prendendole la mano, lui le aveva detto: «Sei la donna della mia vita».
Chiara aveva riso. «Un’azione vale più di un milione di parole: dimostramelo».
Lui che prova avrebbe potuto fornire?
Come avrebbe potuto farle intendere un principio che gli appariva così limpido, quasi necessario.
Le parole contano.
In che modo spiegarle che l’origine di quella sensazione era troppo misteriosa, fondante, per potersi curare dei fenomeni che ne sarebbero scaturiti? Che, con la semplicità di una forza primigenia, ciò che le aveva detto era, e basta?
Chiara, invece, non si era accontentata...
Xavier scaccia quel pensiero. Si avvicina alla scrivania, raccoglie una freccetta, l’ultima, la scaglia con stizza verso il bersaglio.

Chiudendosi la porta della sua stanza alle spalle, l’investigatore sente una voce che lo fa trasalire.
«Xavier?».
«Chi è?», risponde l’uomo frugando con lo sguardo il fondo della stanza.
«Mi scusi se non mi sono fatto annunciare, ma al banco non c’è nessuno».
«Sto uscendo», aggiunge Xavier avvicinandosi. «Se vuole un appuntamento, telefoni lunedì».
«Aspetti... La prego, mi ascolti. Un istante solo».
Xavier lo squadra. Ha un’età indefinita, lo sguardo liquido di un uomo preoccupato.
«Come fa a conoscere il mio nome?».
L’uomo abbassa il braccio che poco prima aveva teso con l’intento di stringere la mano all’investigatore.
«Mi ha parlato di lei una persona che le ha chiesto aiuto qualche tempo fa».
Xavier odia il passaparola.
L’uomo cerca di placare l’istinto che gli suggerisce di buttare fuori lo scocciatore a calci.
Si siede. In effetti, non ha granché da fare.
«Le concedo cinque minuti», conclude.
L’uomo annuisce soddisfatto: «Mi chiamo DeLuca. Sono uno scrittore di gialli».
Uno scrittore... ‘fanculo, dice Xavier tra sé, prendendo in seria considerazione l’idea di andarsene.
Prima di proseguire, DeLuca si sistema meglio sulla poltrona.
È in pericolo, racconta.
Qualcuno vuole ucciderlo.
Certe persone hanno cercato di interferire col suo lavoro, cercando di convincerlo a modificare la trama del romanzo che sta portando a termine.
Naturalmente lui si è rifiutato, ricevendo per questo serie minacce di morte.
Però non è lì per chiedere protezione.
Al momento, è sufficiente che lui, Xavier, accetti di tenere in custodia la bozza del suo romanzo per quel fine settimana.
«Tutto qui?», chiede l’investigatore, riempiendo il vuoto di un momento di pausa.
DeLuca annuisce, poi gli allunga un fascicolo rilegato.
«Come vede è scritto a macchina. Capisco che questa le potrà sembrare una cosa strana, ma io non amo i computer».
In effetti, strano lo è...
Xavier fa scorrere le pagine con gesto distratto.
«Questa è l’unica copia esistente. È per questo che voglio che rimanga in mani sicure».
Xavier è abituato ad avere a che fare con situazioni strambe, quindi non fa ulteriori domande.
«Sulla prima pagina c’è il mio indirizzo di casa», prosegue DeLuca. «L’aspetto domenica sera alle nove per la riconsegna. La pagherò bene per il suo servizio. Questo è l’anticipo».
Il rotolo di banconote fa ben sperare.
«Va bene», acconsente Xavier. «Ci vediamo tra un paio di giorni».
«Grazie, grazie mille», dice DeLuca, dirigendosi poi verso l’uscita. «Se vuole, può leggerlo», aggiunge, prima di scomparire al di là della soglia.
Xavier odia leggere.
Soprattutto i gialli.


La domenica sera arriva in un baleno. Xavier, violentando quell’inerzia che gli impedirebbe di emergere dal suo usuale stordimento pomeridiano, sale in macchina.
Sulla statale che lo conduce fuori città, sono pochi i compagni di viaggio. Solo auto frettolose che, con lui, sfidano una pioggerella fine del tutto inaspettata.
Man mano che si allontana dal centro abitato, i lampioni sbuffano di una luce sempre più rada.
L’uomo getta una occhiata all’orologio: è in anticipo.
Modera la velocità, tanto che un’auto lo oltrepassa, comunicandogli il suo disappunto con un colpo di clacson.
‘fanculo.
Xavier odia gli automobilisti.

L’uomo giunge a destinazione cinque minuti dopo l’orario stabilito. La casa, una vecchia corte di campagna immersa nell’oscurità, lo attende al termine di un viale spoglio. Il cancello è semiaperto, ma lo spiraglio è appena sufficiente per il passaggio dei pedoni.
L’investigatore raccoglie il manoscritto dal sedile, esce dall’auto.
Prima di varcare l’ingresso, impreca con dovizia di particolari.
Xavier odia camminare.
Mentre procede lungo il viottolo, osserva con attenzione la costruzione. Al primo piano, una finestra illuminata, l’unica, è orbata da una tenda posta a ostacolo degli eccessi di curiosità.
Obbedendo alle istruzioni ricevute dal suo cliente, Xavier digita sulla tastiera posta all’esterno del portone il codice di accesso.
Uno schiocco lo invita a entrare.
Xavier oltrepassa la soglia, chiude il portone alle sue spalle.
«Signor DeLuca!», prova a chiamare.
Nessuna risposta.
Dall’ingresso, laidamente illuminato, si stacca la scala che conduce al piano superiore. Oltre a quella, due porte, una per lato.
«DeLuca?!», ripete.
Tutto quel silenzio inizia a innervosirlo.
Estrae il revolver dalla fondina, arma l’otturatore.
Meglio essere prudenti.
Ricordandosi che la sola luce visibile dall’esterno proviene dal primo piano, l’uomo inizia a salire le scale.
Giunto a metà della seconda rampa, si blocca. Da una delle porte, appena accostata, fuoriescono alcune voci. Le parole sono però confuse, indecifrabili.
Xavier si avvicina al legno, lo scosta.
Il cigolio dei cardini ha l’effetto di far cessare ogni altro rumore.
In fondo alla stanza, due teste si sono girate all’unisono in direzione dell’uscio.
Il locale ha arredi rustici. Un tavolo di legno massiccio, che potrebbe ospitare consessi piuttosto numerosi, è sistemato al centro dell’ambiente. Alle pareti sono appesi vecchi strumenti contadini di varia natura.
«Lei chi è?», esclama uno dei presenti.
Xavier non replica.
Si limitò a sollevare la pistola in modo che sia ben visibile.
«Lei chi è?», ribadisce con la medesima sicurezza la voce che ha appena parlato.
«Cerco il signor DeLuca», risponde finalmente Xavier, i sensi tesi a cogliere ogni movimento all’interno della stanza.
L’investigatore fa un passo avanti.
Il lungo istante di silenzio che segue è interrotto da un’altra voce, questa volta femminile. «Guarda! Ha lui il manoscritto».
Nello stesso momento Xavier percepisce un guizzo nello sguardo della donna. Seguendo con gli occhi la direzione di quel lampo, l’uomo si avvede di un corpo disteso a terra, a destra, tra il tavolo e la parete.
L’investigatore si sposta in modo da poter vedere meglio.
È DeLuca.
Sulla schiena ha una chiazza rossa che non lascia dubbi: sangue.
«State fermi!», urla Xavier agitando l’arma.
L’uomo, ridendo, replica: «Non credo che DeLuca abbia voglia di riceverla».
In quell’istante Xavier maledice se stesso: il cellulare che ha lasciato in auto ora si rivelerebbe un amico prezioso.
«Mi volete dire che cazzo sta succedendo?», domanda.
Xavier pronuncia quella frase con tutta la grinta che gli riesce di esprimere. Non può permettersi che si colga l’ansia che gli sta torcendo le viscere.
È la donna a rispondere: «Noi siamo i personaggi della storia raccontata in quel manoscritto. Per tutto il fine settimana abbiamo cercato di convincere DeLuca della necessità di non scrivere il finale del libro così come lo aveva immaginato. Lui però si è dimostrato troppo testardo, e la sua maledetta ostinazione, alla fine, gli è costata la vita».
«Ma che cazzo state dicendo? Voi siete fuori di testa», replica Xavier.
Una goccia di sudore ne percorre la guancia, scendendo con dolcezza verso il collo.
«È così», conferma l’uomo. «Io e Elena siamo i protagonisti principali del romanzo. Il finale che DeLuca aveva in mente prevedeva che lei morisse durante le concitate fasi del mio arresto. Io però la amo e non ero disposto a permettere che lui me la portasse via. Ma DeLuca era troppo testardo...».
L’uomo fa una pausa, forse intesa a far sì che le sue parole si depositino negli anfratti della mente di colui che gli sta di fronte, quindi prosegue: «Non so chi lei sia, e neppure come sia venuto in possesso del manoscritto, ma la invito a posare il fascicolo sul tavolo. Dopo potrà andarsene, senza che le succeda nulla».
«Mi state dicendo che nel libro DeLuca aveva raccontato una storia ispirata alle vostre vite?», chiede Xavier, cercando nel contempo di pensare a quale sia la mossa migliore per trarsi da quell’impiccio.
Per tutta risposta, la donna si esibisce in una lunga risata. Quella voce penetrante, netta, gli fa accapponare la pelle.
L’uomo attende che la risata si spenga, poi prosegue: «Forse non ha capito. Noi siamo esattamente i personaggi del romanzo. DeLuca ci ha creato, ha preteso con moto d’orgoglio che noi esistessimo. Ha disseminato le pagine del libro di frasi inequivocabili con cui descriveva l’essenza del nostro amore. Sono state proprio quelle parole il fiato divino che ha acceso la fiamma dell’infinito tra noi due».
L’uomo guarda per un istante nel profondo degli occhi della donna, quasi voglia trarre dall’ardore che vi dimora l’ispirazione necessaria a esprimere con limpidezza il suo intimo. «DeLuca non aveva il diritto di scrivere il finale così come lo aveva pensato. Non poteva portarmi via Elena. Far evaporare il valore delle parole con cui ci aveva appena regalato quella stilla di vita. Sua era la responsabilità, non poteva esimersi. Lo avevo avvertito: le parole contano».
«Ora vi dico io, invece, cosa faremo», urla Xavier, compiendo un impercettibile movimento a ritroso. «Voi ve ne state qui buoni a fare le vostre chiacchiere del cazzo. Io esco e avverto la polizia. Spiegherete tutto a loro».
Nessuno fiata. Né si muove.
Xavier indietreggia ancora.

Xavier odia leggere.
Soprattutto i gialli.
Ma se lo avesse fatto, se il cinismo in cui crede di riconoscersi gli avesse lasciato intatto un briciolo di sana curiosità, avrebbe scoperto che i protagonisti della storia raccontata nel libro sono tre.
Quel pensiero lo sfiora appena quando, con la coda dell’occhio, nota un fiotto di sangue denso fuoriuscire da un punto indefinito del suo collo.
Il suo corpo, sbalordito, cede di schianto.
Rotola a terra.
Esausto.
Alle sue spalle si sente una voce stridula: «Ecco un altro stronzo che si è giocato la vita. Anche lui non aveva capito che le parole contano».

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